Il reporting ESG non misura (ancora) la sostenibilità. Misura qualcos’altro
Abstract
Negli ultimi anni il reporting ESG è diventato uno degli strumenti principali attraverso cui le aziende raccontano il proprio impegno verso la sostenibilità. Ma cosa misura davvero? Un recente studio su grandi imprese europee, basato su analisi testuale dei report, suggerisce una lettura meno intuitiva: la qualità e l’ampiezza del reporting non dipendono tanto dalla sostenibilità effettiva o dalla performance economica, quanto dalla dimensione aziendale, dal contesto istituzionale e dalla capacità organizzativa. Questo articolo analizza i risultati della ricerca, ne evidenzia i limiti e propone una riflessione più ampia: oggi, forse, le aziende non raccontano ciò che fanno, ma ciò che riescono a misurare.
Un cambio di prospettiva sul reporting ESG
Negli ultimi anni il reporting ESG ha assunto un ruolo sempre più centrale nel modo in cui le aziende comunicano con stakeholder, investitori e istituzioni. Con l’introduzione degli standard europei ESRS e della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), questa pratica si sta progressivamente trasformando da scelta volontaria a obbligo normativo strutturato.
In questo contesto si inserisce una recente ricerca – Varieties of capitalism and sustainability reporting: Text analysis-based evidence on European companies pubblicata su Sustainable Futures, dai ricercatori ungheresi: Alex Suta, Zétény Limbach, Árpád Tóth – che analizza 200 report di sostenibilità di grandi aziende europee, cercando di rispondere a due domande chiave:
- esistono differenze sistematiche nel modo in cui le aziende rendicontano la sostenibilità?
- queste differenze dipendono dalle performance economiche o da altri fattori?
La risposta, in sintesi, è meno ovvia di quanto si potrebbe pensare.
Il metodo: misurare la sostenibilità attraverso il linguaggio

Uno degli elementi più interessanti dello studio è il metodo utilizzato. Invece di affidarsi a rating ESG già esistenti (come quelli di Bloomberg o Refinitiv), i ricercatori hanno costruito un proprio sistema di valutazione analizzando direttamente il testo dei report.
Attraverso tecniche di text mining (in particolare TF-IDF), hanno identificato la presenza e il peso di centinaia di parole chiave associate agli standard ESRS. In questo modo, ogni report viene tradotto in uno score che misura la “copertura” dei diversi temi ESG: clima, biodiversità, risorse, governance, dimensione sociale.
Questo approccio ha due implicazioni importanti:
- da un lato, permette di lavorare su larga scala in modo replicabile;
- dall’altro, misura quanto si parla di sostenibilità, non necessariamente come se ne parla.
Ed è proprio su questa distinzione che si gioca gran parte dell’interpretazione dei risultati.
Il primo risultato: il contesto conta (molto)
Il primo elemento che emerge con chiarezza riguarda il ruolo del contesto istituzionale.
Le aziende sono state classificate secondo il modello delle “Varieties of Capitalism”, che distingue tra diversi sistemi economici europei:
- economie social-democratiche (Nord Europa),
- economie mediterranee,
- economie continentali,
- economie dell’Est,
- economie liberali (area anglosassone).
I risultati mostrano differenze sistematiche:
- le aziende del Nord Europa e dell’area mediterranea tendono a produrre report più ampi e articolati;
- le aziende dell’Europa continentale e dell’Est presentano una copertura più limitata;
- le economie liberali si collocano in una posizione intermedia.
Non si tratta di differenze marginali, ma di scarti significativi, tali da mettere in discussione l’idea di una reale comparabilità tra aziende europee.
La prima conclusione è quindi chiara:
il reporting ESG non è neutro, ma riflette il sistema istituzionale in cui l’azienda opera.
Il secondo risultato: la dimensione conta più della performance
Ancora più interessante è il secondo risultato.
Tra tutte le variabili analizzate, quella che incide di più sulla qualità del reporting è la dimensione aziendale. Le aziende più grandi tendono a produrre report più completi, più articolati e più aderenti agli standard ESRS.
Questo è intuitivo:
più risorse → più capacità di raccogliere dati → più capacità di strutturare il reporting.
Molto meno intuitivo è invece il ruolo della performance economica.
Il risultato mostra che:
- la profittabilità (ROA) non è un driver positivo del reporting;
- in alcuni casi è addirittura negativamente correlata alla sua ampiezza;
- anche l’indebitamento (leverage) tende a ridurre la qualità della disclosure.
Questo porta gli autori a una conclusione prudente:
il reporting ESG non dipende direttamente dalla performance economica.
Ma è proprio qui che si apre uno spazio interpretativo interessante.
Un punto critico: davvero le aziende profittevoli comunicano meno?
Il risultato sulla profittabilità merita una lettura più attenta.
Dire che “le aziende più profittevoli fanno meno reporting” rischia di essere una semplificazione. Una possibile interpretazione alternativa è più strategica:
- le aziende solide potrebbero avere meno bisogno di segnalare il proprio impegno ESG;
- potrebbero subire minore pressione da parte degli stakeholder;
- potrebbero concentrarsi su altre priorità, lasciando il reporting in secondo piano.
Al contrario, aziende meno performanti potrebbero utilizzare il reporting ESG anche come strumento reputazionale, per rafforzare la propria immagine o compensare altre debolezze.
In questa prospettiva, il reporting non è solo una funzione tecnica, ma anche una leva strategica.
E questo il paper non lo esplora fino in fondo.
Il limite principale: quantità non è qualità
Il limite più rilevante dello studio riguarda però un altro aspetto: la definizione stessa di “qualità del reporting”.
Misurare la presenza di parole chiave significa, di fatto, misurare la quantità di contenuti ESG. Ma questo non equivale necessariamente a trasparenza, né tantomeno a sostenibilità reale.
Un report può essere:
- lungo ma poco sostanziale,
- ricco di termini tecnici ma povero di contenuti verificabili,
- formalmente completo ma sostanzialmente vuoto.
Gli stessi autori riconoscono che il metodo utilizzato non è in grado di cogliere:
- il tono del discorso,
- la profondità delle informazioni,
- la coerenza tra dichiarazioni e pratiche.
Questo introduce una tensione importante: stiamo misurando la sostenibilità o la capacità di parlare di sostenibilità?
Un insight più profondo: cosa misura davvero il reporting ESG

Se si prende sul serio questa tensione, emerge una lettura più radicale.
Il reporting ESG, oggi, sembra misurare soprattutto tre cose:
- Capacità organizzativa
La possibilità di raccogliere dati, coordinarli e tradurli in un linguaggio standardizzato. - Pressione normativa e istituzionale
Il livello di regolazione e le aspettative del contesto in cui l’azienda opera. - Maturità dei sistemi interni
Processi, strumenti e competenze dedicate alla sostenibilità.
In altre parole: le aziende non raccontano necessariamente ciò che fanno, ma ciò che sono in grado di misurare e strutturare.
Questo non significa che il reporting sia inutile. Al contrario, è uno strumento fondamentale.
Ma suggerisce che siamo ancora in una fase di transizione, in cui il linguaggio della sostenibilità precede, in parte, la sua piena integrazione nei modelli di business.
Implicazioni per le aziende: oltre la compliance
Per le aziende, questi risultati aprono alcune riflessioni operative.
La prima riguarda il rischio di ridurre il reporting a un esercizio di compliance.
Se la qualità del report dipende principalmente da risorse e struttura, il rischio è che diventi un’attività burocratica, scollegata dalle decisioni strategiche.
La seconda riguarda il rapporto tra contenuto e significato.
Un report più lungo non è necessariamente un report migliore. La sfida è costruire una narrazione che sia:
- coerente,
- verificabile,
- rilevante per gli stakeholder.
La terza riguarda la relazione tra reporting e azione.
Il valore del reporting non sta solo nel documentare ciò che esiste, ma nel guidare trasformazioni future.
Una riflessione finale: verso un nuovo equilibrio
Il processo di standardizzazione avviato dall’Unione Europea punta a rendere il reporting ESG più comparabile, affidabile e utile.
Ma questo studio suggerisce che la comparabilità formale non basta.
Se i report riflettono in modo così marcato:
- il contesto istituzionale,
- la dimensione aziendale,
- la capacità organizzativa,
allora la vera sfida non è solo armonizzare gli standard, ma ridurre le disuguaglianze nella capacità di produrre informazione.
In questo senso, il reporting ESG non è solo uno strumento tecnico, ma anche uno specchio delle differenze strutturali tra aziende e sistemi economici.
E forse, proprio per questo, può diventare qualcosa di più: non solo un modo per raccontare la sostenibilità, ma un modo per interrogarsi su cosa significa davvero praticarla.